Giovani dirigenti e Pubblica Amministrazione

Queste brevi note erano state scritte a seguito della lettura dell’articolo di Nando Tasciotti apparso su “Il Messaggero” del 22 gennaio 2003 con il titolo “Dirigenti, ai giovani piace lo stato”.

Anche se datate, sia l’articolo che le mie considerazioni, le ripropongo alla luce del recente dibattito sulla Pubblica Amministrazione innescato dalla nomina di Renato Brunetta a Ministro della Pubblica Amministrazione e in quanto da sempre quando si parla di Pubblica Amministrazione accolgo con grande soddisfazione tutto ciò che va nella direzione di uno svecchiamento e modernizzazione delle strutture amministrative.

Sono un dirigente pubblico da ormai 16 anni dopo essere stato ammesso a frequentare il “Corso Concorso di Formazione dirigenziale” presso la Scuola Superiore della PA di Caserta che all’epoca (1991) era riservato a funzionari pubblici con almeno sette anni di anzianità nel grado.    Il corso durava nove mesi, era residenziale presso la sede di Caserta e prevedeva uno stage di almeno tre mesi presso una struttura privata finalizzata ad un confronto tra le tecniche di gestione in uso nel pubblico e nel privato.

Al termine del corso si doveva presentare una tesi, come penso si faccia ancora oggi, e successivamente si sosteneva un esame, scritto ed orale, il superamento del quale permetteva l’accesso alla qualifica di dirigente.   Il titolo della mia tesi è stata: “La selezione e formazione dei dirigenti – Pubblica Amministrazione e STET due filosofie a confronto”.

Nella tesi sottolineavo l’arretratezza e la inadeguatezza dei sistemi di selezione della dirigenza pubblica che veniva reclutata all’interno delle strutture pubbliche senza percorsi di carriera predefiniti e mirati a far emergere le potenzialità dei presunti candidati. Sostenevo che la selezione si riduceva ad una sorta di corsa ad ostacoli dei candidati che dovevano superare una serie di concorsi in cui le singole capacità non venivano adeguatamente valutate ed il cui risultato era una mortificazione generalizzata che produceva dirigenti, quelli che arrivavano alla fine del percorso, anziani, stanchi, demotivati e per nulla formati alle tecniche di gestione manageriali.

Tuttavia l’articolo citato in premessa mi ha lasciato alquanto interdetto in quanto ha messo in luce, è vero, un cambio di tendenza nell’individuazione dei nuovi manager pubblici ma denotando ancora una volta una scelta organizzativa “originale” rispetto a quelle in uso nel privato. Perché la Pubblica Amministrazione italiana si deve sempre distinguere, nel bene o nel male, introducendo modelli organizzativi “originali” senza una preventiva sperimentazione che spesso vanno contro le usuali metodologie e tecniche organizzative in uso nel settore privato?

Pur avendo da sempre caldeggiato nuove modalità di selezione dei dirigenti che valorizzassero al meglio il potenziale dei candidati con particolare riferimento alle tecniche di management, fino a pochi anni fa completamente assenti nello scenario della pubblica amministrazione, non ritengo che oggi l’innesto in strutture pubbliche di  trentenni, probabilmente senza specifiche esperienze lavorative, direttamente con qualifica da dirigente possa essere accolto con entusiasmo.

Nessuna azienda privata, mi risulta, inserirebbe ai suoi vertici un giovane trentenne senza precedenti e soddisfacenti esperienze lavorative direttamente con la qualifica di dirigente.    Certamente, dopo averne valutato il potenziale, lo assumerebbe disegnando insieme a lui un percorso di carriera sostenuto da adeguata formazione, ne monitorerebbe per un certo periodo le performances e le capacità relazionali e di gestione delle risorse umane e alla fine, verificati i risultati, lo inserirebbe nel suo staff dirigenziale.

Altro punto dell’articolo che non condivido è l’ormai vecchia disquisizione sulla “…dirigenza, più anziana, formata ed abituata ad una cultura prevalentemente giuridica…” a cui da sempre sono state addossate le colpe di una pubblica amministrazione non al passo con i tempi.

Anche se in parte condivido tale accusa, poche volte ci si è interrogati sul motivo che ha determinato tale situazione!           Forse si è preferito poter disporre di una dirigenza pubblica poco professionalizzata e molto dipendente  dal potere politico?

Forse è risultato più conveniente non disporre di uno strumento di valutazione dei dirigenti che avrebbe di fatto vincolato troppo la scelta di chi promuovere lasciando poco spazio alle carriere di comodo?

A questo punto diventa interessante cercare di capire i motivi e gli scopi di questa improvvisa ricerca di una “gioventù” nella dirigenza pubblica, addirittura esagerata!

Forse è la ricerca di una totale e radicale sostituzione della “vecchia” dirigenza che ancora possiede,in larga parte, un senso di appartenenza allo stato e una cultura di “servizio” propria della pubblica amministrazione intesa come strumento di supporto dello stato sociale e che si tenta di far sparire dalla scena pubblica italiana?

2 Risposte a “Giovani dirigenti e Pubblica Amministrazione”

  1. Paolo V. Dice:

    per caso incorrevo nel suo blog.

    alcune brevissime riflessioni:
    Non conosco dirigenti pubblici di 30 anni. Ne conosco alcuni leggermente più anziani. Non esiste la categoria aprioristicamente costituita dei dirigenti vecchi legati alla sola cultura dell’adempimento formale/giurisprudenziale come non esiste quella del giovnae manager pubblico rampante. Generalmente è facile che questo possa accadere. Non so se esistono pubblicazioni statistiche a riguardo.
    I dirigenti giovani potrebbero anche essere quelli che dopo essersi laureati hanno continuato a studiare e a fare esperienza lavorativa… ed intorno ai 30 anni si raggiunge un certo grado di maturità.
    Le imprese private hanno eccome i dirigenti o manager trentenni. Le aziende piu’ lungimiranti capiscono che l’esperienza è solo una parte del buon governo, e deve essere combinata anche dalla voglia di mettersi alla prova e di innovare. Poi un discorso è essere il direttore generale di un ministero, in questo caso pochi anni di esperienza possono essere un limite importante, un’altra è essere il dirigente magari dei servizi sociali di un comune di 30.000 abitanti, in cui anche se giovani a mio parere ci sono spazi per potersi mettere alla prova.ù

    complimenti comunque per le riflessioni

  2. Francesco Dice:

    Egregio Sig. Paolo,
    la ringrazio del commento e dell’apprezzamento rivolto al mio blog su cui cerco di far apparire mie riflessioni dettate dalla mia esperienza nel campo della pubblica amministrazione.
    Purtroppo l’immagine del settore pubblico e dei suoi dipendenti non è molto favorevole tra i nostri connazionali e la cosa mi rattrista in quanto nel corso degli anni (più di 35!) che ho dedicato alla pubblica amministrazione i dipendenti pubblici laboriosi che ho incontrato sono stati la stragrande maggioranza.
    Purtroppo in fase di critica, cercata o causale, si sposta la valutazione sempre sugli aspetti peggiori e questo in qualsiasi campo.
    Spero che voglia seguitare a leggere qualche volta le mie riflessioni e diffondere se vuole la conoscenza del mio blog.
    Cordialità
    Francesco Naviglio

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